12 Maggio 2020 – Riportiamo la versione integrale dell’articolo “Quel paradiso perduto sulla spiaggia degli anni Cinquanta” di Luca Goldoni pubblicato sul quotidiano “QN – Il Giorno / Il Resto del Carlino / La Nazione”  il 09/05/2020. 

Il caffè di Goldoni

Quel paradiso perduto sulla spiaggia degli anni Cinquanta
Luca Goldoni

I servizi tv sulle spiagge deserte i trattori che livellano le dune, i bagnini con mascherina che posano gli invisibili reticolati delle “distanze sociali” mi evocano le immagini scolorite di quando il mare era una magia che mi aspettava dopo quattro ore in terza classe sui sedili di legno lustrati da generazioni di sederi. Erano i primi anni ’50, quasi tutti gli italiani passavano le ferie a casa in canottiera o sottoveste, fra cocomeri, campi di bocce, calciobalilla della parrocchia, cinema all’aperto con Stanlio e Ollio (Paolo Conte non aveva ancora inventato “Azzurro”).
La mia famiglia apparteneva a quella piccola borghesia che riusciva a risparmiare per una breve villeggiatura. Fra Parma e Moneglia nelle Cinque terre c’era una mattinata in treno ma mia madre approntava vettovaglie per una spedizione in Tibet: i filoni di pane francese imbottiti di mortadella, o formaggini Mio, o la frittata che poi inumidiva sgradevolmente la mollica. Ricordo i tunnel lungo la costa, con gli archi che ogni tanto squarciavano il buio con emozionanti lampi di mare.
Poi esplodeva la vacanza integrale, quasi affannosa, come nel timore di perdere un colpo: nuoto, moscone, tuffi, cadute dall’albero della cuccagna insaponato, spiaggia-cantiere, gara dei castelli, immancabile derby tra i figli dei pescatori e i signorini di città (vincevano sempre i primi perché si allenavano tutto inverno mentre la squadra dei villeggianti era improvvisata come la Nazionale). I nonni con reumatismi facevano le sabbiature dietro le cabine, macabre quelle teste affioranti. Due o tre settimane volavano.
Sul treno del ritorno veniva quasi da piangere, era un incantesimo interrotto per un anno intero perché-non esistevano ancora le Fiat 600, né i “ponti”, né i weekend. Unica consolazione il jukebox, con i boogie del paradiso perduto.

 

Fonte e immagini: QN – Il Giorno / Il Resto del Carlino / La Nazione

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